Dat, fine vita e uso degli psichedelici in medicina: a che punto siamo
Dal 2 al 4 ottobre al Teatro Massimo di Cagliari la tre giorni del Festival della psichedelia: dibattiti, seminari, dimostrazioni pratiche, appuntamenti musicali, per fare il punto e spiegare al pubblico la tutela e le innovazioni dei diritti terapeutici, e le disposizioni da dare in vista di interventi chirurgici impegnativi o di una condizione terminale.
Il programma completo del festival è consultabile qui.
Parliamo con Claudia Moretti, avvocata che si occupa di diritto civile e sociosanitario, di tematiche bioetiche sui diritti di fine vita e della salute mentale. Moretti è anche consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni per cui coordina anche le campagne sulle terapie con uso di psichedelici.
Avvocata Moretti, partiamo dalle Dat, Disposizioni anticipate di trattamento. A che punto siamo con la loro compilazione e consegna, da parte dei pazienti ai medici, in Italia?
“Sulle Dat il punto è tutt’altro che buono, c’è ancora molto da fare e mancano spesso strumenti informativi adeguati per far capire ai pazienti la portata dei loro diritti in materia di terapie da approvare o rifiutare, fino al biotestamento. Come Associazione Coscioni, sul nostro sito ufficiale offriamo il modulo da scaricare e compilare per indicare chiaramente le proprie scelte, vincolanti a termini di legge, su questi temi così importanti. È proprio un problema culturale”.
Fra i pochi che per questioni non solo terapeutiche ma anche di fede, religiose, indicano chiaramente a chi fa parte della loro congregazione cosa si può indicare nelle Dat, come compilarle, dove depositarle e quando parlarne ai medici per tempo, ci sono i Testimoni di Geova.
“Sì, è così. Questi strumenti sono tenuti cari anche dagli assistenti sul fine vita che saranno protagonisti della due giorni del Festival della Psichedelia, perché è importante non solo tutelare la dignità del paziente quanto a terapie somministrate, ma se pensiamo alla morte, accompagnarlo con tutte le cure palliative disponibili, all’ultimo passaggio di questa sua vita con la possibilità di assistenza psicologica e sensoriale che rispetti la sua volontà, le sue necessità”.
Peraltro le Dat hanno valore per entrambe le parti, garantiscono sia il paziente che il team medico, e questo porta a un clima di collaborazione molto più sereno di un tempo, quando le resistenze erano notevoli.
“Vero, è proprio un cambio di paradigma. Pensiamo a come veniva concepito prima delle Direttive anticipate il ruolo dei medici, paternalistico e col peso di decisioni in cui il paziente troppo spesso veniva considerato chi doveva ricevere e acconsentire a certe scelte, anche quando non rappresentavano le sue credenze e la sua volontà”.
Veniamo agli psichedelici e al loro uso terapeutico in Italia, Paese molto severo, resistente e proibizionista, e in cui il tema della morte e del fine vita si riempie di molti tabù sociali e religiosi. Come va su questo fronte?
“Da circa 15 anni prosegue la ricerca scientifica su molecole che in Italia sono tabellate malissimo, perché proibite per uso ricreativo. Dunque psilocibina, acidi, Lsd si portano appresso uno stigma legale che rende complicata la sperimentazione medica, che invece è sempre permessa. La ricerca investe moltissimo su questi strumenti perché mancano da tempo nuove molecole che aiutino a trovare risposte soddisfacenti al trattamento del disagio mentale. Considerando che le statistiche ci raccontano un alto tasso di fallimento e di farmaco resistenza all’uso di psicofarmaci. Non basta più percorrere solo quella strada, di cui peraltro nessuno nega l’utilità”.
Che differenza c’è, poniamo, fra paroxetina, buproprione e aloperidolo (usati per stati ansiosi, attacchi di panico, forme depressive o di psicosi e schizofrenia) e l’uso di psilocibina che si trova in numerose specie di funghi?
“Non andiamo a fare la recensione di ogni farmaco, non è questa la sede. Però in generale l’uso degli psicofarmaci “tappa”, riduce e reprime i sintomi delle manifestazioni di disagio mentale. Una molecola come la psilocibina sta dimostrando che, se abbinata a percorsi di psicoterapia e integrazione, funziona in senso opposto, aiuta ad aprire l’inconscio e la coscienza, a svelare cosa c’è nel profondo della persona, da cosa nasce il suo disagio, così da far evolvere la stessa psicoterapia e favorire il miglioramento del/della paziente. Il tutto entro un contesto medico e clinico controllato”.
Dove ci si può informare in maniera corretta sulle potenzialità delle terapie psichedeliche?
“Sul sito dell’Associazione Luca Coscioni ci sono tutte le informazioni utili, all’interno della nostra campagna perché il legislatore apra all’uso di queste molecole innovative e che andrebbero a integrare il lavoro medico attorno a depressione grave, farmacoresistente, e di altre forme di disagio mentale. Ma consentirebbero di esplorare meglio quel che riferiscono i pazienti di quanto hanno vissuto negli stati di fine vita, dando a questi un senso profondo e di riconciliarsi con l’idea della morte, di quel che scompare e quel che resta. Sarebbe anche un modo di umanizzare il fenomeno morte e di togliergli i troppi tabù che si porta appresso”.
Di recente, anche per via di alcuni fatti di cronaca o interviste con personaggi di varia celebrità, in Italia si parla di uso dell’Ayahuasca amazzonica? In Italia è proibita o no?
“Nel nostro Paese fino al 2022 era tollerata, sebbene alcune componenti come la Dmt erano già tabellate. Le due sostanze di questa liana ed erba erano sfuggite alla proibizione, da quell’anno il ministro Orlando, sulla base di due documenti di presunta segnalazione di danni dall’uso di Ayahuasca, ha ritenuto di dare un colpo di mano a questo percorso e l’ha inserita nella tabella degli stupefacenti. Contro questo provvedimento è stato fatto un ricorso affinché il comitato Onu tolga il divieto e consenta la sperimentazione medica controllata della liana psichedelica”.
Quali centri medici usano o sperimentano gli psichedelici in Italia in questo momento?
“Al momento l’uso degli psichedelici a scopo medico e terapeutico nel nostro Paese è ancora tutto da autorizzare. L’ultima frontiera riguarda l’uso di Ketamina, in senso soprattutto anestetico. Per quanto riguarda, Lsd, Dmt e Psilocibina proseguono i percorsi di sperimentazione e quest’ultima è la più vicina a diventare un farmaco vero e proprio. Ad oggi, l’unico centro medico che faccia ricerca attorno agli psichedelici è quello di Chieti, in collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità, e diretto dal professor Martinotti, con circa 60 pazienti in cura per depressione farmacoresistente”.
L’immagine, concessa, viene da un dettaglio del manifesto digitale del Festival della psichedelia


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