Giannini e una di quelle sere in cui dici: grazie
Il grande attore e i versi più belli dell’umanità in Le parole note, al Parco di Molentargius col quartetto di Zurzolo
A lezione dal migliore. A sfidare il caldo di questa estate dai picchi record e dai record di negazionismi sul clima sconvolto e l’ambiente rovinato. A immergersi nell’abbraccio dell’oasi naturale del Parco di Molentargius-Saline, a Quartu. Ad ascoltare Giancarlo Giannini nel recital Le parole note. Dove le parole sono quelle, fatte vibrare da Giannini, di Pablo Neruda e Cecco Angolieri, di Dante e Petrarca, di Leopardi e Alda Merini, di Pedro Salinas e Marquez, di poeti cinesi antichi e di anonimi italiani e nativi americani.
Non poteva che essere sold out questo appuntamento del Quartu Cultura Festival, organizzato dalla Fondazione che al festival dà il nome, così come era stata da tutto esaurito la prima data, affidata alla Medea interpretata da Caterina Murino con la regia di Orlando Forioso.
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Giannini (vincitore del premio come migliore attore a Cannes, di sei David di Donatello, di sette Nastri d’argento, cinque Globi d’oro, candidato all’Oscar, la sua stella sulla Hollywood Walk Of Fame, voce italiana di Al Pacino e Jack Nicholson) ha aperto il suo recital nel silenzio accaldato della notte estiva con un omaggio a Grazia Deledda, un aiku: “La vita passa e noi la lasciamo passare, come l’acqua del fiume. E solo quando manca, ci accorgiamo che manca”.
A ritrovar bellezza
È solo l’inizio di una di quelle serate in cui, malgrado il caldo umido e qualche grana tecnica (l’ampli del chitarrista che non va, e Giannini che affronta la situazione con un misto di nonchalance e ironia) ti viene solo da dire: grazie.
Grazie per la bellezza delle interpretazioni risonanti, affascinanti, di versi celebri, strofe che molti e molte di noi conoscono anche troppo bene. Nel senso di quel troppo che viene dalla frequentazione scolastica che certi capolavori ce li ha fatti detestare, spiegati male e detti peggio da docenti svogliati.
Ascoltare la voce di Giannini sui versi de L’infinito e A Silvia di Leopardi, su Tanto gentile e tanto onesta pare dalle Rime di Dante, e ancora sulla splendida Il tuo sorriso di Neruda o ancora, nel finale dello spettacolo, sulla struggente Supplica a mia madre di Pasolini, detta con un filo di voce, è la riconciliazione con la parte più bella dell’umanità. Quella che sa farsi voce, suono, per raccontare quella grande tragicommedia che è la vita, in balia di eventi che quasi sempre non riusciamo a controllare, come le formiche che si aggrappano su una grande mano che un secondo dopo le spazzerà via.
“Amici, Romani, concittadini…”
Al centro dello spettacolo, la potente reinterpretazione del monologo ai Romani di Marco Antonio, con alle spalle il cadavere di Cesare trafitto dalle pugnalate alle Idi di Marzo. Dal Giulio Cesare di Shakespeare, uno dei più bei testi di teatro mai scritti.
E tutto attorno alla voce di Giannini, le musiche del quartetto di Marco Zurzolo, sassofonista che da undici anni collabora con il grande attore e che dalla sua ha una lista lunga così di grandi collaborazioni musicali, oltre a firmare musiche per il cinema e la tv.
Zurzolo, che tra un brano musicale e l’altro diventa la spalla ironica, in controcanto, di un Giannini che demolisce con ironia svagata il monumento che vorrebbero fare di sé, sornione ma attento ai dettagli sul palco. Una di quelle serate in cui ti viene solo da dire grazie, perché ti sei riconciliato con le cose più belle della vita.
In chiusa, un grazie anche da questo cronista che scrive, arrivato sul luogo dello spettacolo menomato da un’operazione al tendine di Achille e perciò in stampelle e tutore, e accompagnato fino al palco da uno dei trenini elettrici dell’Ente Parco, e sistemato dall’organizzazione del festival dall’ultima fila in alto alla prima in basso spostamento non facile né scontato se sei in sold out) per evitare una faticosa scalata in stampelle fra gradoni impegnativi.
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La foto di Giancarlo Giannini è stata concessa per la pubblicazione dalla produzione


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