Il tecnocrate fissato con l’Anticristo e il padrone delle Gpu: dentro il potere gestito con l’AI
Peter Thiel, Jensen Huang e gli altri padroni miliardari della tecnologia. Le loro storie, i loro rapporti di potere e l’influenza sulla politica globale
Nomi, imprese, tecnologia, luoghi e rapporti di potere, sfere di influenza mondiali. C’è tutto dentro Geopolitica dell’Intelligenza artificiale. Scritto da Alessandro Aresu (autore anche del più recente e ottimo La Cina ha vinto, entrambi i libri sono editi da Feltrinelli). Aresu è giornalista e consigliere scientifico di Limes, da anni scandaglia con libri e conferenze i nodi e i legami del capitalismo politico ed è stato consigliere, fra gli altri, di Presidenza del Consiglio, Ministero dell’Economia, il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero dell’Università.
Siamo oltre la sesta ristampa per un testo molto specifico e molto “denso” com’è il tuo. Ti aspettavi un’attenzione così grande attorno al libro?
“Mi fa senz’altro piacere che il mio libro Geopolitica dell’intelligenza artificiale sia arrivato alla sesta edizione già durante la scorsa estate. In primo luogo per un aspetto affettivo, perché è dedicato al mio maestro Massimo Cacciari. Poi perché da molti anni porto avanti una ricerca dove la chiave di lettura dello stretto rapporto tra economia e politica, che chiamo capitalismo politico, è importante per comprendere la competizione tra Stati Uniti e Cina, che è la questione più importante del nostro tempo. Pensavo quindi che lo stesso concetto, per molte ragioni fumoso e di marketing, di intelligenza artificiale, si potesse inserire in questa chiave di lettura spiegandolo attraverso lo sviluppo dell’industria dei semiconduttori, oltre che con le figure di pensatori e ricercatori che hanno animato questo percorso. A me interessa che la chiave di lettura sia quella giusta, perché non si possono comprendere questi temi senza avere un’attenzione adeguata per le aziende protagoniste, per le filiere industriali, e per gli elementi politici che entrano nella competizione economica”.
“Il mondo dei videogiochi, sia con Jensen Huang che con il Premio Nobel Demis Hassabis, ma anche con altre figure e milioni di sviluppatori, è stato senz’altro un incubatore essenziale di ciò che chiamiamo in questo secolo intelligenza artificiale. I videogiochi, sia in termini concettuali (le simulazioni della realtà, la creazione di ambienti dove i vari personaggi interagiscono) sia in termini pratici (la costruzione della grafica e ciò che implica) sono quindi un fenomeno di enorme importanza dal punto di vista tecnologico e sociale. Sicuramente c’è un pregiudizio verso questa forma d’arte. Anch’io ne sono stato colpevole. Durante il liceo ero un videogiocatore mentre all’università pensavo che i videogame fossero una cosa non abbastanza seria di cui occuparsi. Poi mi sono ricreduto proprio studiando seriamente questi temi”.
Jensen Huang da ragazzetto spedito negli Usa da Taiwan, che non capiva una parola di inglese e finito a lavare piatti in un collegio del Kentucky, a “motore” della rivoluzione AI grazie alle GPU (Unità di elaborazione grafica, usate per addestrare le macchine) con un patrimonio personale da 158 miliardi di dollari. Una storia di straordinaria resilienza, ma la totale vicinanza a Trump e alla sua idea di Stati Uniti in questa fase non la rende inquietante?
“Il profilo di Jensen Huang è quello di una persona molto competente sul piano tecnico ma anche un venditore, quello che negli Stati Uniti è il classico venditore di auto. È un ingegnere di formazione, che conosce chiaramente il prodotto e le caratteristiche tecniche. Oggi vede la politica e chi sta al comando come un aspetto necessario da considerare per il successo della sua azienda, che è esposta a molte decisioni politiche, dai controlli sulle esportazioni all’antitrust, dentro la dinamica generale del conflitto e del rapporto tra Stati Uniti e Cina.
“L’Unione Europea è – in termini relativi – un attore perdente di questo primo scorcio di XXI secolo per numerosi motivi, di cui ho parlato in modo dettagliato almeno dal mio libro Le potenze del capitalismo politico del 2020. Quei miei argomenti sono ancora tutti validi mentre l’idea che l’UE potesse essere una sorta di terzo impero o terza potenza mondiale rispetto a Stati Uniti e Cina, come spero sia chiaro a chiunque, era sbagliata. Gli europei hanno sistematicamente perso vari treni delle rivoluzioni digitali, legandosi sempre di più agli Usa per poi lamentarsene. Fare impresa in molti Paesi europei è diventato difficile. Troppi talenti e capitali sono andati altrove, soprattutto verso gli States. Troppi anni sono stati persi dietro a temi come la crisi greca, per bieche ragioni elettorali di brevissimo termine. Troppa poca attenzione e competenza sulle filiere tecnologiche e la politica industriale sono state mostrate, quando si facevano i giochi determinati, dalle istituzioni e dagli Stati europei”.
“La possibilità di essere una forza globale simile a Stati Uniti e Cina è zero. Anche parlarne è inutile, quindi lasciamo proprio perdere. Il punto vero è che la posizione europea nel mondo può sempre migliorare. Poiché la competizione attuale e futura si basa su talenti, imprese e capitali, l’Ue può mantenere i propri talenti e attrarli dall’estero, può rendere più facile fare impresa e valorizzare le nicchie industriali in cui è ancora presente, può canalizzare i capitali che in Europa ci sono verso l’innovazione. Bisogna quindi concentrare la propria attenzione su queste cose, mentre era scontato che a nessuno o quasi nel mondo sarebbe importato, sulla tecnologia o su altri temi, di ricevere le lezioni degli europei, o di adottare le proposte o i regolamenti degli europei senza che vi fossero dietro capacità adeguate in materia di talenti, imprese e capitali”.
“Da un lato, le imprese tecnologiche sono certamente più potenti delle istituzioni sovranazionali, perché le Nazioni Unite e gli altri luoghi del multilateralismo, come la stessa Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno un potere trascurabile. Dall’altro lato, la contrattazione tra le imprese e gli Stati (alcuni Stati, altri no) rientra nello schema di capitalismo politico che ho utilizzato nei miei libri: un nuovo complesso militare-industriale e la fusione di interessi negli Stati Uniti, mentre in Cina vediamo il privato come maggiore produttore di innovazione ma senza poter mai valicare i confini del potere politico, altrimenti il Partito Comunista interviene. È un aspetto che approfondisco nel mio nuovo libro La Cina ha vinto. Anche in India, con alcuni conglomerati già importanti, e in altri Paesi emergenti si registreranno in vari modi questi rapporti e conflitti tra pubblico e privato”.
“Io mi occupo ormai di questi temi da tempo, ho scritto a lungo su Peter Thiel e Palantir. Registro senz’altro che ora c’è più attenzione. Certo, se ne parla ancora molto meno che di Temptation Island. Il discorso è molto complesso ma quello che io vedo è che alcune aziende, come Palantir, magari dicono proprio ‘noi dominiamo il mondo’ nel loro stile di comunicazione così sfacciato, però poi questo dominio, e questi prodotti, vanno pesati nei fatti, perché dicono anche ‘abbasso le società di consulenza’ e poi, se vai a vedere, lo dicono perché vogliono prendere le loro quote di mercato e i loro contratti. Spesso chi fa il gradasso e dice di dominare il mondo dipende sempre da imprese, tecnici, operai taiwanesi, da idraulici o elettricisti di cui non può fare a meno.



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