Adriano Olivetti 60 anni dopo: il sogno interrotto di un’Italia moderna
Nasceva 120 anni fa, si spegneva nel 1960. Se si torna a parlare di lui come imprenditore “alieno” all’italianità è perché continuiamo a sprecare tempo e ignorare la sua lezione
“Andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni. Sembrava, nella folla, un mendicante. E sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava”. Il brano tratto dal Lessico famigliare di Natalia Ginzburg è un ritratto perfetto di Adriano Olivetti, scomparso il 27 febbraio 1960. Da 60 anni se n’è andato il sogno di far innamorare i cittadini e i lavoratori di una fabbrica, e far considerare la fabbrica stessa come il polo gravitazionale di un benessere sociale partecipato e ad ampio raggio. Produzione come sinonimo di profitto, certamente, ma anche di cultura, di servizi costruiti per gli operai, di una visione dello sviluppo urbanistico che vedesse l’individuo al centro di tutto. Il grande sogno interrotto della modernità in Italia, e dell’imprenditoria che non fosse solo delocalizzazione e gioco sulla ruota delle scommesse finanziarie in Borsa.
Una figura unica
Esperti di economia, urbanisti e sociologi concordano nel sottolineare l’unicità della figura di Olivetti nella storia del nostro Paese. Innamorato dell’America, affascinato dal fordismo ma capace di contemperarlo con gli ideali socialisti trasmessigli dal padre Camillo. In grado di pensare alla ricerca e alla realizzazione di prodotti esteticamente belli e ben funzionanti come primo passo nella strada verso il profitto, senza dimenticarsi di prendere posizione contro il regime fascista accompagnando nella sua auto, al porto di Savona, i socialisti Filippo Turati e Carlo Rosselli in fuga dai sicari sguinzagliati da Mussolini.

I numeri e la visione
Pensare ad Adriano Olivetti come a un romantico mecenate è quanto di più fuorviante rispetto alla sua figura. L’ingegnere era un uomo d’affari. Alla sua guida l’azienda di Ivrea crebbe nei profitti del 600% tra il 1943 e il 1958. L’esportazione aumentò del 1.787%, i salari degli operai del 386%, l’occupazione di 258 punti. In quegli anni la Olivetti era un centro d’eccellenza dove tutti avevano pari importanza e qualsiasi operaio avrebbe potuto ambire alla riqualificazione e ad un posto manageriale, se ne avesse avuto il desiderio, la determinazione e il talento. Il marchio era rappresentato da dieci stabilimenti in Italia e all’estero, e da diciannove consociate. Con lo sguardo sempre avanti verso l’innovazione, Adriano Olivetti incentivò i prodotti meccanici incoraggiando al contempo la ricerca nel settore elettronico. Nel mentre fondava il Movimento di Comunità in cui critici, scrittori, poeti, architetti, designer elaboravano il suo modello sociale. Lo stesso che vedeva l’azienda costruire alloggi e biblioteche per i lavoratori, e garantire loro la migliore assistenza medica.
Il progetto sociale e politico
Il Movimento di Comunità divenne partito a prezzo di un enorme impegno economico. Olivetti fu eletto deputato nel 1958, dopo essere stato sindaco di Ivrea. Divenne presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica e diresse il piano regolatore della Valle D’Aosta. Il suo manifesto ideale L’ordine politico delle comunità presentava una visione federalista dello Stato basata sull’autonomia economica delle entità territoriali. Nel 1959 usciva sul mercato il calcolatore elettronico Elea 9003, antenato del Programma 101, primo personal computer da tavolo presentato nel 1965. Olivetti riuscì ad acquisire la “rivale” Underwood (“conquista” diretta in terra americana, come ha fatto poi Sergio Marchionne con le nozze tra Fiat e Chrysler) per poi lasciare improvvisamente orfana delle sue visioni tanto la sua azienda che l’intera società italiana.
Dopo solo il degrado dell’imprenditoria italiana
Morì a causa di un infarto su un treno in viaggio tra Milano e Losanna. In difficoltà finanziarie, la Olivetti fu sacrificata da Mediobanca, il cui gruppo di interesse decise di puntare sulla meccanica e la chimica a dispetto dell’elettronica. Le professionalità e la progettualità di casa Olivetti finirono alla General Electric. Il modello sociale e culturale sorto con il Movimento di Comunità si sarebbe dissolto in mille rivoli, lasciando la pungente nostalgia del sogno interrotto di Adriano Olivetti: fare percepire ai cittadini un’impresa come motore di modernità dentro un benessere ampio. Fare innamorare la gente di una fabbrica.



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