Lavezzi: “Cosa c’è davvero dietro i grandi successi pop? Ve lo spiego”
Stare spalla a spalla con Battisti. Scrivere grandi successi per Dalla, Ramazzotti, Berté, Morandi. E poi insegnare come si fa
La chitarra, no, quella non la lascia mai. Ha cominciato da giovanissimo a suonarla, a studiarla, a farne la sua migliore amica di sempre. Ora che ha 78 anni, svariati milioni di copie vendute da grandi canzoni e album su cui c’è la sua firma, molti premi e tantissime storie di vita e creatività vissute in prima persona e a fianco di alcuni dei più grandi nomi del pop, Mario Lavezzi vuole condividere tutto. Lo fa come docente dell’Accademia del Pop che ha riaperto le sue attività al Teatro Massimo di Cagliari. Masterclass con gli aspiranti nuovi autori di canzoni il 18 giugno, il giorno successivo, sempre al Massimo, un concerto ripercorrerà la sua carriera a partire dal box celebrativo …E la vita bussò. Ne abbiamo parlato con Lavezzi prima del suo laboratorio creatvo sulla canzone dal titolo Professione music maker.
Mario, a dare un’idea di quale sia il peso specifico del tuo percorso di autore e produttore di canzoni bastano qualche titolo e nome: hai scritto per Bertè e Vanoni, per Dalla e Morandi, per Ramazzotti, per Oxa e i Dik Dik di cui hai fatto parte. Da Stella gemella a Vita, da E la luna bussò a Quello che le donne non dicono. E ci teniamo stretti. In Italia, dove l’educazione musicale è insufficiente, la gente ha l’impressione che le canzoni arrivino dal cielo o da cinque minuti con la chitarra in mano. Come fai a spiegare che non è così?
“Non solo, ora si sta creando l’illusione che l’uso dell’Intelligenza Artificiale possa ulteriormente facilitare il processo di scrittura musicale. Non ho niente contro l’AI e i nuovi software, ma non è quello il punto. Tutti i grandi autori sono passati attraverso una preparazione. Ad esempio molti di loro hanno fatto parte o hanno scritto per gruppi musicali, magari rimanendo inizialmente un po’ in ombra. Battisti e Pino Daniele sono fra questi. Imparare le canzoni di altri, capire i giri melodici e armonici, smontare certe strategie di arrangiamento, sono casi di imparare facendo, e quelli ti danno lo spessore per le cose che farai a seguire”.
Nel tuo caso come ha funzionato questo snodo fondamentale?
“Guarda, faccio un esempio molto concreto. Io entrai a suonare nei Camaleonti e loro misero a segno il grande successo di E’ l’ora dell’amore. Quando mi spostai nei Dik Dik le cose che avevo osservato, imparato, a cui avevo partecipato, mi diedero l’ispirazione per scrivere Il primo giorno di primavera. Il mio esordio come autore e i mio primo grande successo. Ma prima ero stato a bottega: ascoltando dischi, confrontandomi con i musicisti, riproducendo il tutto sulla mia chitarra, smontando i brani che amavo. L’ispirazione va istigata, e nutrita”.
Per molti autori, e altrettante autrici, l’ispirazione viene anche da momenti di tormento o di sofferenza.
“E’ vero, se hai la pancia piena e stai al caldo, la voglia di scrivere ti passa. Servono emozioni profonde e sentire che in questo mondo ci sono cose che non ti appartengono, che meritano un altrove. Intendiamoci, può essere anche un grande momento di felicità, ma deve essere profondo, entrarti dentro, sconvolgerti, allora questa grande emozione diventa la tua verità e quando la metti in un canzone, il pubblico se ne accorge se sei vero, autentico, personale”.
Ci sono artisti che consideri tuoi maestri e continue fonti di ispirazione?
“Ma certo: Gino Paoli di sicuro, il miglior Celentano, Giorgio Gaber, e poi il mio amico Lucio Battisti”.
Ecco Battisti: da Calcutta a Iosonouncane, anche i nuovi autori di canzoni lo citano di continuo fra i loro modelli di riferimento. Cos’è che lo rende così speciale?
“La sua modernità. Lucio già negli anni Sessanta era già avanti, adorava Otis Redding e Wilson Pickett, la black music. Studiava tutto, andava in profondità. E come dicevo, era vero: quando registravamo in studio, lui aveva già tutto chiaro, il modo di cantare, il modo di rendere la canzone a seconda di ciò che raccontava il testo, il che poi facilitava il lavoro all’arrangiamento musicale. Mogol a sua volta diceva: il testo che scrivo ogni volta, decodifica quello che la canzone senza testo, solo con la melodia, l’intenzione fondamentale, ha già dentro. Lui e Lucio risuonavano assieme, era bellissimo vederli al lavoro”.
C’è un aneddoto che ha raccontato Maurizio Vandelli, la voce dell’Equipe 84. Dice che quando Lucio Battisti si sedette in studio, voce e chitarra, per registrare Emozioni, la fece pochissime volte. Forse solo una. E che alla fine della registrazione, dall’altra parte dello studio, tu, Vandelli e Reverberi avevate le lacrime agli occhi, commossi.
“Sì, c’era già tutto in quella registrazione. Perfetto, vero, potente. Lucio aveva la capacità di recitare la canzone, non so come dirlo, di interpretarla così da trasportare chi ascolta dentro ciò che lui vive e canta. Cosa che accadeva anche con Ornella Vanoni, che abbiamo perso di recente. Lei recitava la canzone, era davvero straordinaria”.
Degli artisti della canzone italiana di oggi chi ti piace?
“Ricordo che quando ho ascoltato a Mengoni cantare L’essenziale a Sanremo sono rimasto davvero colpito. Mi piacciono anche certi brani di Mahmood, ma anche di Calcutta. E apprezzo la trasformazione cantautoriale di Achille Lauro, molto credibile. Prima era questo strano misto di Zero, di Bowie e di trap, tutto fatto così così, che non mi convinceva”.
Ci sono modi di lavorare alla scrittura e produzione che premiano più degli altri?
“C’è una sola cosa: saper essere versatili. Gli artisti sono tutti diversi e in studio devi sapere capire l’umore generale, cosa c’è nell’aria. Faccio un esempio: io ho scritto E la luna bussò e anche In alto mare per Loredana Berté, che per un periodo è stata anche la mia compagna, ed è successo che fossi io ad accompagnarla in studio di fronte al microfono. Gli altri lasciassero fare a me, sapevo benissimo che se era a proprio agio, Loredana sapeva essere perfetta con la sola prima registrazione. Andò così”.
Le tre canzoni, fra le moltissime di grande successo che hai scritto, di cui sei particolarmente orgoglioso?
“Il primo giorno di primavera dei Dik Dik, la mia risposta a un periodo di crisi e cambiamenti personali e artistici. E la luna bussò, che aveva dentro, quando nessuno ci pensava, tutta l’influenza del reggae e di Bob Marley, e poi Vita, che ho scritto per Dalla e Morandi. Due grandissimi che si affidavano a me, sorpreso e grato di questa possibilità”.


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