Un virus di nome Sanremo
Il Festival intristito dalla pandemia ci dice due cose molto chiare. Che dimenticheremo presto

“La gente purtroppo parla. Non sa di che c….parla”. Il Sanremo della nostra tristezza finisce con una vittoria sorprendente: del suono elettrico e del rock. E di cui ci portiamo appresso la frase urlata da Damiano David dei Maneskin al centro del brano vincitore, “Zitti e buoni”. Ci teniamo stretta quella frase, perfetta se tenuta a mente frattanto che si fa una rassegna delle cose scritte e dette sul Sanremo svuotato dalla pandemia. Chi scrive è stato inviato al Festival per diversi anni, e ora in felice fermo biologico.
La competenza musicale in sala stampa nella maggior parte dei casi (che ci sono, e alcuni notevoli) è ferma forse al giro di Do sulla chitarra, nel migliore dei casi. Perché tanto Sanremo è televisione, che tutti guardano per poi poterne parlare male in una ciclopica riunione di comari di vicinato, sentenziando e sproloquiando su tutto.
Che abbiano vinto i Maneskin ci dice due cose: la prima è che la demoscopica (che bisognerebbe eliminare una volta per tutte, ma sai i soldini in telefonate ed sms che mancherebbero alla Rai e al suo main sponsor?) pare si sia ringiovanita a causa del virus che ha tenuto addivanati i giovani a fianco a genitori e nonni. E ai giovani di Orietta Berti e Al Bano interessa zero. L’Italia del belcanto, degli acuti gorgheggiati da personaggi cresciuti alla corte di Beniamino Gigli sui dischi dei loro nonni emigrati prima di darsi alla canzonetta, interessa zero meno meno a chi oggi ha fino a 20 anni.
I trapper cantano male, i nuovi cantautori cantano così così (ma non è che Guccini e De Gregori fossero fenomeni), il loro frasario però coglie perfettamente il sentire il mondo di chi è avvolto e disarmato nella propria bolla tecnologica, disilluso e leggero di fronte a un Paese vecchio, arretrato, catto-moralista, in cui gli arcobaleni inclusivi stanno finendo ahinoi per includere tutte le scorie possibili di moralismo un tanto al chilo e di processo alle intenzioni.
Vedi il “caso” Beatrice Venezi, una delle più giovani direttrici d’orchestra del mondo che ha chiesto di essere chiamata “direttore”. Apriti cielo, oh signora mia, ommioddio, strascicherebbe a commento Achille Lauro.
La seconda cosa che si ricava dal Sanremo pandemico è che, pur nello sforzo sovrumano di Amadeus e Fiorello per fare un grande show con poco (zero ospiti internazionali, niente pubblico in studio che intristisce il tutto allo stesso modo in cui lo fanno le tribune vuote degli stadi in cui rimbombano le voci dei calciatori rimasti soli con i loro milioni) Sanremo ha perso l’occasione perfetta per provare ad essere altro.
E qui fioccano i perché: perché non rivedere i tempi stremanti delle puntate? Quasi cinque ore di diretta sono perfette per far confessare qualsiasia terrorista. Perché non rivedere ritmo, impaginazione, perfino numero dei cantanti in gara? Perché non offrire a professionisti meno stagionati la conduzione? Avrebbero fatto peggio una Serena Rossi? Una Matilda De Angelis? Un Valerio Lundini? Una Venezi abbinata a The Jackal? Ma Sanremo è Sanremo, e quel che conta è il suo ingigantimento televisivo (chi è stato all’Ariston o nel paese ligure di solito va sotto shock per quanto tutto è piccolo e provinciale rispetto al trattamento che ne fa la regia).
In chiusura ecco lo scontro frontale fra le contraddizioni: il rock dei Maneskin irrompe in un Paese i cui giovani sembravano totalmente concentrati sull’elettronica, sulla trap e sulle voci tutte uguali e tutte annegate negli autotune tirati allo spasmo per renderle disumane fino a sembrare sintetizzatori cantanti. E prelude a un ritorno di quelle sonorità grunge e dintorni che negli anni Novanta lasciarono un segno grande così. Poi, la necessità di tempi e modi televisivi diversi irrompe dalla demoscopica e dai dati Auditel ma viene rimbalzata da un Festival che è sopra e prima di tutto un insieme di blocchi pubblicitari redditizi, quindi più ce ne sono meglio per tutti, tranne che per i telespettatori e i conduttori stremati (vista la faccia di Fiorello verso l’1 del mattino?). Non è successo niente: Sanremo tornerà simile a se stesso. Rimettendo nel sacco tutte le inutili polemiche che lo circondano senza scalfirlo.


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