[Intervista] “Basta col femminismo da assumere come medicina a tutti i costi”
Bastonate, graffi e carezze avvelenate a suon di ironia che non fa prigionieri. Botta e risposta con Caitlin Moran
Ci vogliono le palle per essere una donna, scrive e titola Caitlin Moran, firma del Times il cui libro è edito e tradotto in Italia da Sperling & Kupfer. Vincitrice di premi prestigiosi, proclamata editorialista e intervistatrice dell’anno nel 2010 e 2011 in Gran Bretagna, seguitissima sui social, la Moran fa il punto sul femminismo, le sue prospettive, le disgrazie e deviazioni che si porta appresso come una zavorra che bisogna avere il coraggio di abbandonare, in una lotta che resta importantissima.
Ridere e ridere del femminismo. La soluzione è tutta qui, è davvero la cura più efficace contro le esagerazioni del femminismo? Esagerazioni a proposito di cosa?
“Beh, io raccomando di non farsi mancare le risate perché: a)sono poco costose, b)sono facili, c)ti diverti e d)funzionano. E’ difficile opprimere una generazione di donne che ridono di te e girano gli occhi altrove ogni volta che ti riferisci a loro considerandole tutte prostitute. Così come è meglio scherzare alla pari con le donne su tutte le cose stupide con cui ognuno di noi deve avere a che fare ogni giorno, piuttosto che pretendere di tenere conferenze che svelino il genere femminile. E’ come con i bambini, su come debbano essere fatti crescere e se potranno riformare le leggi attuali. Chi ha tempo di svegliarsi ogni giorno e fare riforme? Io no. Porto i miei ragazzi a scuola, poi lavoro, nel mentre proseguo nel fare la mia ginnastica pelvica sul pavimento di casa”.
Ogni anno l’8 marzo celebriamo la festa della donna. Ed ogni volta è un irrompere di saggi, titoloni di riviste, dibattiti tv sulla violenza e l’imposizione perpetrate contro il genere femminile. Poi l’attenzione torna a scendere. Nel mentre ci sono molte storie di donne che si impegnano con tutte le loro energie per avere la dignità di madri, imprenditrici, amministratrici della cosa pubblica, insegnanti e hanno successo. Che ne pensi?
“Il mio problema nello scrivere di donne come quelle che tu citi è che – ancora una volta – essere donna sembri corrispondere ad una lunga lista di cose da combattere e affrontare, piuttosto che ricordare che parliamo di esseri umani, vivi per un tempo relativamente breve, su una Terra che è anche piena di gioia e che le donne possono apprezzare nello stesso modo degli uomini. Non vedi tanti speciali tv, inchieste, titoloni sugli uomini ispiratori di qualcosa. Perché sono completamente assorti in ciò che fanno. E anche noi dovremmo essere troppo occupate nell’ispirare felicità, a noi stesse prima di tutto”.
Plastica nel seno, plastica nelle labbra, tatuaggi esibiti sul pube in diretta tv: una continua corsa a mettere in scena (in tv, sulle copertine e sul Web) un’idea facile e distorta del potere femminile. E’ un’altra vittoria maschilista oppure il femminsmo dovrebbe passare per altre strategie in modo da raggiungere i suoi obiettivi?
“Non credo che il miglioramento cosmetico sia un altro passo verso la parità fra sessi, niente affatto. Molte sono convinte che spendendo per la propria immagine stiano pagando la tassa per essere donne. Quelle che usano la ceretta brasiliana stanno trasformando la loro vagina in un problema dispendioso, come se fosse un cagnolino viziato che deve essere costantemente coccolato e protetto, un’altro impegno da aggiungere alle proprie giornate e un’altra scocciatura fisica da sopportare quando i peli ricrescono e arrivano i pruriti. Gli uomini riescono a rassicurarsi pur non spendendo centinaia di euro l’anno per tentare di rendere il loro pene ‘normale'”.
La cistite: la vera, unica arma di distruzione di massa che fa la differenza tra potere femminile e maschile, stando a quanto scrivi. Puoi spiegarti un po’ meglio per noi che frequentiamo l’urologo solo in casi d’emergenza?
“La cistite è una metafora del fatto che le donne devono vedersela con una vulnerabilità fisica che le svantaggia. Ci capita di sanguinare regolarmente, prendere infezioni, restare incinte o morire nel dare alla luce un figlio. In ere primitive la forza fisica era un valore aggiunto e, naturalmente, gli uomini dominavano il mondo. Ora, comunque, conta sempre più ciò che tu pensi ti dia potere. Un’era meno violenta, meccanizzata, dominata da Internet ha reso l’intelligenza molto più importante dei muscoli. Automobili, aeroplani, connessioni wi-fi, contraccettivi e antibiotici ci hanno resi liberi. Tutti noi. Chi ha inventato tutto ciò? Gli uomini. Dunque: grazie, vi amo. Avete inventato anche i Beatles! Potete essere buoni amici delle donne. E in segno di amicizia e ringraziamento potremmo permettervi di fare sesso con noi, se entrambi abbiamo voglia di farlo”.

Ed eccoci alla fine della pista, almeno per questa intervista. Dunque: abbiamo ancora bisogno di femminismo oggi Ma di quale approccio e con quali prospettive?
“Non di un femminismo da vivere come se fosse un dovere, una specie di farmaco pieno di fibre e multivitaminico da assumere per sentirsi virtuosi. Ma di un femminismo che sia divertente, sonoro e che lasci un senso di liberazione come il buon vecchio rock and roll. Un femminismo che faccia sentire ad ogni donna il mondo come una deliziosa fetta di dolce che lei può decidere di gustare. Un femminismo che ci suggerisca di vestire abiti che ci facciano sentire a nostro agio e scarpe che ci permettano di scappare dagli assassini o danzare sulle note di Lady Gaga. Che ci permetta di mettere al tappeto i sessisti dicendo loro: ‘Così non si fa’. In definitiva, un femminismo che ci permetta di svegliarci e dire: sono felice di essere una donna”.
(Originariamente pubblicato su TiscaliNews il 15 marzo 2012)


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