Quelli che comandano veramente, la malattia del familismo e i segreti del capitalismo italiano

Quelli che comandano veramente, la malattia del familismo e i segreti del capitalismo italiano

La confessione di Cesare Romiti, uno dei grandi “generali” dell’industria di questo Paese. A 100 anni dalla nascita di Agnelli, un ritratto con molte zone d’ombra

Al cospetto di sua maestà il prototipo di manager padre-padrone. Il decisionista, il duro, quello capace senza mai negarla in modo esplicito di eclissare a più riprese la figura di Gianni Agnelli, di affrontare a viso scoperto gli operai inferociti nella stagione caldissima degli scioperi e di rispondere per le rime in piazza ad un certo Enrico Berlinguer. Bastano nome e cognome: Cesare Romiti. Ad evocare mezzo secolo di industria italiana che poneva le sue basi sulle macerie del secondo dopoguerra (e in cui un 25enne come Romiti di origini sociali tutt’altro che agiate era già direttore generale del Gruppo Bombrini Parodi Delfino) fino a scontrarsi con l’esondazione di finanza creativa che ha intossicato il tessuto produttivo di interi Paesi.

Romiti, scomparso nell’agosto 2020, è stato direttore generale della Fiat dal 1976 al 1998. Ha vissuto in pieno da protagonista la stagione della concertazione, delle lotte operaie, delle P38 e delle molotov, del grande comparto metalmeccanico e automobilistico, fino all’esplosione di Tangentopoli. Al timone della casa automobilistica è andato sfidando e assecondando la grande malattia del capitalismo di casa nostra: il familismo. Quello secondo cui a portare avanti l’azienda debba essere gente di famiglia, anche quando non ne avrebbe voglia, non ne ha le qualità e magari nemmeno l’età. Dalla casa torinese Romiti andò via portandosi appresso una buonuscita da 101 milioni di euro. Paolo Madron, giornalista e direttore di Lettera43 (con un passato tra PanoramaIl GiornaleIl Sole 24 Ore) ha ripercorso queste tappe storiche in Storia segreta del capitalismo italiano. Una lunga conversazione con un protagonista assoluto della nostra scena economica, che arriva fino all’insediamento del governo Monti tuttora vissuto come un trauma e un “complotto” a carico della recente Storia d’Italia.

Paolo, per molti Romiti ha a lungo incarnato la figura del decisionista puro, del manager-padrone. Oggi siamo in uno scenario dominato da figure che vorrebbero essere simili, pensiamo ai Tronchetti e ai Marchionne di cui si sono riempite per vari motivi le cronache. Se esiste, c’è una differenza con l’ex braccio destro di Gianni Agnelli?
“Ad essere cambiato è il contesto. All’epoca di Cesare Romiti era raramente applicato il sistema delle stock option, oggi additato giustamente come oggetto di scandalo. L’ex manager Fiat si trovava all’apice della conflittualità con i sindacati, oggi divisi e sostanzialmente molto più morbidi della loro azione, si veda quel che ha fatto Marchionne nei vari stabilimenti automobilistici italiani, con la sola eccezione della Fiom che tentava di contrastarlo. Inoltre, ai tempi di Romiti esisteva la riconoscenza verso gli azionisti carismatici, come era certamente Agnelli. Oggi le quotazioni in Borsa passano per figure molto più anonime che agiscono in uno scenario subdolo”.

Insomma, ci sono voluti vent’anni di Berlusconismo per spaccare il fronte unito dei sindacati?
“Potrebbe essere una parte della riposta ma è troppo facile fermarsi qui. Nessuno ha ordinato alle tre grandi sigle confederali di perdere l’azione unitaria, nel corso degli anni la Cgil è diventata sempre più divergente dalle scelte di Cisl e Uil, i tavoli di trattativa erano separati, ai tempi della Camusso quel sindacato non ha mai sottoscritto il Patto per l’Italia proposto dal governo di Berlusconi. Queste crepe sono diventate eclatanti di fronte alle misure per gli esodati decise in seguito dalla ministra Fornero. Come si vede pure le parti sociali sono molto mutate, in peggio”.

Nella lunghissima chiacchierata con Romiti torna spesso la differenza tra autorevolezza (di cui viene fatto esempio Enrico Cuccia) e autoritarismo. Oggi il settore politico e soprattutto finanziario sembra stare soprattutto da quest’ultima parte, usandola in modo terroristico. Che ne pensi?
“A mio avviso di autorevolezza in giro ce n’è sempre meno. Se guardo alla finanza, uno dei pochissimi nomi che mi sembrano ancora davvero autorevoli è Giovanni Bazoli. Pure Ciampi lo è stato, come alcune figure giornalistiche. Quando non c’è autorevolezza e la si sostituisce con l’arroganza che genera paura nella controparte, significa che siamo alla grave crisi della classe dirigente italiana”.

Nel tuo libro Romiti commenta l’ascesa politica di Berlusconi, trattato come palazzinaro bugiardo da Craxi e ritenuto una mezza tacca dal manager Fiat. Sappiamo tutti come sono andate le cose. Quegli errori di valutazione sono la spia della vecchiaia del Paese?
“Sì, io stesso ricordo bene il giudizio di Agnelli che ignorava le smanie politiche di Berlusconi. Uno snobismo che porta a sottovalutare fenomeni tutt’altro che marginali, anche per via della cattiva lettura della società sempre più dominata dai media in cui tutti viviamo”.

In un altro passo di Storia segreta del capitalismo italiano viene rievocato il duello pubblico tra Romiti e Berlinguer. Quest’ultimo intendeva aprire il partito al dialogo con la politica capitalista. Secondo molti è da lì che sono cominciati i guai per la sinistra, con le varie reincarnazioni annacquate del Pci.
“Sono d’accordo, nelle parole di Berlinguer c’era il nucleo dell’evoluzione che il partito avrebbe avuto di lì a poco, in senso sempre più liberista verso la politica economica dello Stato. L’episodio di cui parliamo riguarda la dura risposta che Romiti diede al comizio di Berlinguer, dicendo a tutti di non credere alle finte aperture annunciate dal segretario comunista, che secondo il manager della Fiat aveva incitato gli operai allo sciopero e all’occupazione delle fabbriche. In realtà fino all’ultimo il partito tentò di frenare l’azione dei lavoratori di fronte al cancello 13 di Mirafiori. Senza riuscirci”. (Confrontare queste azioni e decisioni con l’agire del Pd ai tempi di Renzi e di Zingaretti, ndr).

Romiti diceva che per uno come lui oggi sarebbe impossibile fare il manager. E’ solo perché nel mentre lo scenario economico è mutato?
“Il fatto è che si sono accorciati brutalmente i tempi di prestazione richiesti ai manager. La finanza e la Borsa impongono risultati a breve, c’è un ansia di performance molto forte misurata dalle trimestrali di cassa. Ai tempi di Romiti tutto questo non c’era, il che permetteva un tempo diverso di programmazione, permetteva di metabolizzare periodi negativi, come fu per la Fiat il 1993, quando si dovette procedere ad una ricapitalizzazione da cinquemila miliardi da parte di Mediobanca. Ma cinque anni dopo quella operazione, poco prima di andarsene, Romiti presentò un bilancio molto buono. Ora tutto questo è impensabile”.

Nella postfazione al libro l’ex manager Fiat si augurava che in Italia i giovani riescano a prendere il sopravvento sugli ottuagenuari. Cos’è, una presa in giro?
“Il rischio che suoni così c’è. Tanto più che durante la nostra conversazione Romiti non aveva più incarichi, dunque poteva facilmente di permettersi di cedere al buonismo verso le giovani generazioni. Facile parlare in questo modo, anche se io continuo a credere che esistano persone di una certa età di grande valore e giovani che, nonostante i vantaggi dell’età, non hanno altrettanta abilità professionale e voglia di fare”.

Paolo Madron, che ha raccolto i retroscena e le analisi di Romiti nel suo libro

(Originariamente apparso su Lettera43 il 26 luglio 2012)

Cristiano Sanna Martini

Giornalista e docente, musicista, viaggiatore. Ho lavorato per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Videolina, Lettera43, Duel, Radio X, RadioPress. Per oltre 20 anni a TiscaliNews, dove è nata la vertenza che ha portato all'applicazione dei giusti contratti nel giornalismo online in Italia, prima non c'era nulla. Insegno Giornalismo e Fotoreporting all'Università degli Studi di Cagliari, sono programmista e podcaster per Rai Radio 1 con le puntate di SongWizard. Studio l'AI applicata ai media e ne parlo in panel, workshop e al Tedx come speaker. Quando non scrivo, parlo in radio o in video e non insegno, faccio musica e concerti (Elora, Tancaruja, Signor Palomar) o scrivo testi e musiche per il teatro. Mi trovi anche sui social. Nel mezzo molta natura, molto sport, arte e le altre cose belle della vita.

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