[Intervista] L’anarchia del Web e il suo regime. Il linguista Simone: “Sulla Rete niente garanti”
Avanti tutta fra Web e social mentre regrediamo dal punto di vista intellettivo e sensoriale

Un viaggio alla scoperta della trasformazione della mente nell’era di internet. Attraverso le comunicazioni che passano per smartphone, community video, social network, flussi di immagini e suoni che bombardano in continuazione. C’è chi è ottimisticamente sicuro che la nostra costrizione a ripetere (le occhiate al monitor del computer, le connessioni continue alla Rete, lo scorrere della lista dei messaggi sul telefono) potenzi la capacità intellettiva e di comprensione del mondo attorno.
L’UOMO REGREDISCE ALLA SCOPERTA DEL MONDO. E c’è chi, come Raffaele Simone, sostiene che l’intelligenza lineare, alfabetica che l’uomo ha conquistato e continua a difendere e promuovere nei vari ordini di istruzione, stia regredendo alla prima fase della scoperta umana del mondo. Quella legata alla visione, al racconto orale, al flusso che trasporta mentre si resta inerti a qualsiasi voglia di elaborazione o di critica.
VITA DEDICATA ALLO STUDIO DEI NEW MEDIA. Docente di Linguistica all’Università di Roma, saggista pungente, allievo del semiologo Tullio De Mauro, Simone è tutt’altro che un apocalittico. Conosce i new media e ne studia le varie implicazioni e potenzialità. Ma è difficile immaginarlo in pellegrinaggio messianico di fronte alla tomba di Steve Jobs, con una candela digitale sull’iPad. Perché non ha perso il gusto della critica fatta a una realtà in cui un po’ tutti siamo Presi nella rete (titolo del suo saggio pubblicato da Garzanti).
DOMANDA. Nella sua analisi di come cambiano percezione della realtà e abitudini per mezzo della dei media in particolare legati a internet lei parla di «esattamento». Cosa significa?
RISPOSTA. «L’esattamento» in biologia descrive in che modo gli organi vengono prima della loro funzione.
D. In che senso?
R. Immaginiamo le ali degli aquilotti: esistono prima che il piccolo impari a volare, ma sono il mezzo grazie a cui lo farà. In modo simile ci relazioniamo, soprattutto i giovani, con il mondo attraverso messaggi brevi e frammentari, vedi l’uso di post e tweet. Questi rappresentano la realtà.
D. Nell’era di Wikipedia chiunque può improvvisarsi enciclopedista per spiegare il mondo. Ma come si stabilisce la sua autorevolezza?
R. Evitando di fermarsi al narcisismo di chi si connette in Rete. Tutti ci illudiamo di contare e di esistere nel momento in cui commentiamo su Facebook o scriviamo una recensione su blog o TripAdvisor.
D. Invece?
R. Scrivere online non significa automaticamente essere giornalisti, critici o studiosi.
D. La Rete tende a destabilizzare l’identità personale?
R. Internet favorisce la moltiplicazione delle identità che fanno parte di noi, non tutte esattamente raccomandabili.
D. Si spieghi meglio.
R. Prendiamo il fenomeno dei fake, ovvero assumere l’identità di persone famose o scomparse. Oppure crearne di inesistenti. Materia che sconfina nella psicopatologia.
D. In uno scenario del genere quali potrebbero essere i garanti della qualità dell’informazione sui media online?
R. Non credo affatto che ci possano essere garanti: una delle proprietà della mediasfera è di disfarsi di qualsiasi soggetto di garanzia che sopravvive forse in testate come New York Times o Die Zeit, non nella blogosfera. La tendenza è verso l’anarchia cognitiva.
D. La scuola non può in qualche misura ridimensionare questa anarchia?
R. È ciò che mi auguro. Magari con l’introduzione di tecnologia digitale in aula in modo molto più convinto e responsabile di come lo si faccia ora. Per 30 anni abbiamo ignorato un mondo complesso che oggi ci sfugge di mano.
D. Sempre meno sostanza e sempre più apparenza spettacolare, verrebbe da dire. Non è un caso che le immagini digitali siano esagerate per toni, colori e contrasto. È una sorta di doping?
R. La realtà va scomparendo, si moltiplicano gli effetti speciali, la digitalizzazione delle immagini. Un’esperienza ormai è considerata tale solo se viene filmata, perfino i crimini. La difesa da questi fenomeni passa per l’analisi profonda in modo da non ridurci, figli compresi, a proletariato mediatico che subisce l’elite della tecnologia. Come in parte già siamo.
(Originariamente apparso su Lettera43 l’8 novembre 2012)


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