Morante, diva riservata che sa essere estrema: “Ho avuto un grande maestro”
Qui fa il punto sulla sua carriera. Dove ci può stare tutto, tranne vederla in un ruolo comico o chiamarla attrice erotica
Diva ombrosa, rigorosa, riservata, molto amata in Francia e Spagna e adorata da Nanni Moretti che con Bianca a La stanza del figlio le ha dato due ruoli fra i più celebrati, Laura Morante fa il punto sul suo percorso artistico. Dove ci può stare tutto, tranne sperare di vederla in una commedia di puro intrattenimento o chiamarla attrice erotica, anche quando ha un ruolo erotico. Questa intervista si è svolta poco prima di una delle tappe del tour nazionale in cui portava in scena Il pranzo di Babette di Karen Blixen, incluso nel cartellone del festival La notte dei poeti.
Laura, un’intervista alle nove del mattino è cosa piuttosto insolita. Come mai questo orario?
“E’ che dopo inizio immediatamente a lavorare, ho le prove, quindi questo era l’orario buono”.
Il pranzo di Babette è un testo molto famoso e già fortunato al cinema. Cosa ti ha spinto verso quest’opera? La forte componente femminile, o il personaggio che arriva a sparigliare le carte in un mondo fatto di molte regole?
“Avevo già frequentato i testi di Karen Blixen, leggendoli per l’audiolibro. Il pranzo di Babette mi piace molto ed è una lettura talmente lunga che diventa proprio uno spettacolo teatrale, con le sue musiche, le luci, una complessità che normalmente non si hanno in un reading“.
Lo si può definire, secondo te, anche come una storia di rivincita femminista?
“Più che femminista lo definirei un testo che induce alla riflessione sul potere di una donna artista. La stessa Blixen viveva questa condizione e lasciava che trapelasse perfino nelle sue conversazioni con la stampa. Me ne ricordo una in cui, all’intervistatore che le chiedeva perché avesse usato per tanto tempo uno pseudonimo maschile, lei rispose che se avesse mantenuto la sua identità non avrebbe mai potuto innamorarsi di una donna scrittrice. Per sottolineare quanto la disparità di diritti sia da sempre un problema”.
Se vogliamo Il pranzo di Babette è anche una storia in cui la sfida in cucina è raccontata come arte della guerra.
“La cosa che preferisco è il confronto fra un gruppo di luterani, molto severi e distanti dai piaceri della carne, e Babette, contemporaneamente molto carnale e spirituale nel suo modo di stare in cucina. E infatti il suo cibo appaga anche lo spirito, in un modo che viene raccontato straordinariamente bene”.
Sei una delle nostre attrici più apprezzate all’estero. Ci sono tue colleghe che si lamentano di come le sceneggiature in Italia siano piene di stereotipi, specie quando si parla di ruoli per interpreti non più giovanissime. Che ne pensi?
“Mi pare che la cosa sia andata a migliorare in questi ultimi anni. Io ho lavorato in Francia, Portogallo e Spagna ma non ho una visione così ampia per fare paragoni fra l’Italia e il resto d’Europa”.
Molto amata in ruoli drammatici, sei comparsa anche in panni più brillanti. Mai completamente comica, però. C’è qualche colore interpretativo che ancora manca alla tua carriera?
“Non saprei bene cosa voglia dire ‘completamente comico’. A me più che la comicità brillante interessa quella che si sprigiona da personaggi tragici, o grotteschi. Quindi quando si ride con un personaggio, non di un personaggio”.
Come ad esempio in Ferie d’agosto, in cui sei nella parte della compagna di Silvio Orlando, piena di cose inespresse, segreti e goffaggini?
“Sì, quello può essere un buon esempio. Quella donna porta lo spettatore fino alla risata che scaturisce dalla sua difficoltà di vivere, da tutti i suoi disagi che sono allo stesso tempo ribelli ma molto teneri”.
Nuda in scena, completamente, da giovanissima. Erano i tempi del Riccardo III con la regia di Carmelo Bene, un autentico uragano. Come hai vissuto un’esperienza così estrema?
“Ma sai, io venivo dal mondo della danza e per me il corpo a quell’epoca era uno strumento di lavoro, lo gestivo come negli spogliatoi delle scuole di danza che frequentavo prima di cominciare a fare l’attrice, dove capitava anche di andare sotto la doccia tutti assieme, maschi e femmine, senza troppe implicazioni. Il mio corpo lo concepivo come quello di un’atleta che si allena per andare in scena.
Era anche un’altro periodo, eravamo immersi in una cultura differente. Quella con Carmelo Bene è stata un’esperienza estrema perché era allo stesso tempo stimolante e faticosissima. Lui era impressionante come regista e come attore, aveva un amore profondo per il teatro, la scena, i versi. Di certo ho avuto un grande maestro. Era anche molto difficile, ho perso il conto di quante volte, in preda agli umori del momento, mi abbia licenziata e poi subito nuovamente ingaggiata per la sua compagnia”.
Le tue avventure come regista proseguiranno? Soddisfatta delle cose realizzate finora dietro alla macchina da presa?
“Ma insomma, per quanto si possa essere soddisfatte dopo i primi passi. Spero di ripetere l’esperienza, e che arrivi un nuovo progetto in questo senso”.
E cosa ti porti appresso della tua esperienza nel cinema erotico in Spagna con Vicente Aranda in Lo sguardo dell’altro?
“Ma guarda, io non l’ho per niente pensato come film erotico. In fin dei conti non si vedeva niente (non proprio, ndr) era tutto nella mente dei protagonisti. Non c’era nemmeno una scena d’amore. Per me resta un film drammatico di un regista bravissimo”.

(Originariamente pubblicato su TiscaliNews il 3 agosto 2016)


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